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E’ strisciante, mellifluo. Crediamo di averlo cacciato dalla porta e lui rientra dalla finestra. Ci vogliono armi non dico potenti, ma molto affilate, per combatterlo e sconfiggerlo. Armi che, purtroppo, non tutti possiedono: l’ipnosi ha funzionato bene su gran parte della popolazione occidentale.

Comprate e sarete felici.

Emo, ergo sum.

Sto parlando del consumismo, naturalmente. Di quella smania che ci spinge a fagocitare beni e oggetti, pur di (ri)affermare un’identità ormai fragile e vacillante.
Un avversario infido – come dicevo – poiché capace di trasformarsi secondo le suggestioni del momento.

La provocazione più grande ha iniziato a insinuarsi nelle nostre case già da qualche anno, ma ha acquistato una forza sfacciata dopo il vertice di Copenhagen.
E’ il nuovo consumismo sapientemente dipinto di verde dalle industrie più ciniche.

Ecco come ne parla Ecoalfabeta in un profetico post del 2007:

Quando si tratta di parlare di questioni ambientali, sembra proprio che i pubblicitari diano il peggio di sè.

Qualche tempo fa la nostra azienda elettrica pubblicizzava un contratto energetico in cui si veniva forniti solo da energie rinnovabili, come se la rete non fosse una sola, per cui tutte le energie si mescolano; per pubblicizzarlo hanno avuto la luminosa idea di mettere una pianta dentro il bulbo di una lampadina a incandescenza, che come ben si sa è l’esempio per eccellenza dello spreco energetico.

La scorsa settimana, un’ azienda di vestiti ha lanciato la sua linea global warming ready; modelli e modelle erano ritratti presso il monte Rushmore diventato lo scoglio di un lago o la grande muraglia protetta di sabbia. Nelle foto, Londra era diventata una piccola isola, in compenso, Venezia era invasa dai pappagalli, ma l’acqua non era salita nemmeno di un centimetro (potenza del Mosè?).

Ieri infine ho visto che una delle case costruttrici di Formula 1 ha presentato un auto senza i bollini degli sponsor, ma con il pianeta dipinto sulla carrozzeria, in nome dell’impegno ambientale del costruttore. Qualcuno dovrebbe però spiegarmi cosa c’è di ecologico nella F1…

Quali saranno le prossime trovate?

Una centrale nucleare con su dipinte le margherite?

Un bombardiere con l’immagine di John Lennon?

C’è poco da ridere. Sfioriamo piuttosto il grottesco, se pensiamo alle ultime pubblicità di alcune macchine, che aprono gli spot con immagini di verdi scenari, digitali purpuree in fiore, declamando slogan sull’amore per l’ambiente. Vedendoli per la prima volta, gli si presta addirittura attenzione: «Thò, che sia uno spot su qualcosa di intelligente?». Macché. E’ un’automobile.
E che dire dei detersivi? Ecologicamente devastanti, quelli che troviamo al supermercato, ma presentati come una risorsa insostituibile per combattere l’inquinamento ambientale. «Ne basta poco, così dimezzi i consumi e non fai male a Madre Natura…» Già. Ma pur sempre di veleno si tratta, poco o tanto che sia. E questo non ce lo dicono.

Dell’attesa

C’è qualcosa di sospeso, nell’aria rigida di questo gennaio. Nelle nebbie (bianche, pesanti: ci afferranno in una presa di morte, per poi lasciarci andare dalla notte alla mattina, come accade nei sogni peggiori), nella brina sui campi, in quella pioggerella leggera che infradicia la terra e i muri delle case.
Qui, al nord, fa molto freddo. Ma è un freddo diverso da quello dei mesi passati, quando davvero la campagna e i boschi erano distanti, ghermiti dal sonno.
Adesso c’è questa sensazione di attesa, di una piccola febbrile attività che riprende.
Osservo i giacinti, nella mia serra: per mesi sono rimasti fermi e ora, ad un tratto, hanno cominciato a crescere – di un verde sfacciato contro il grigio del cortile umido e del cielo uggioso.
I prossimi saranno i crocus, che finora hanno dormito sotto la terra dell’aiuola: appena tornerà qualche raggio di sole e la temperatura si alzerà di qualche grado, inizieremo a vederli spuntare, intimiditi, ma tenaci.
Sono segni.
Io credo molto nei segni: ne vado alla ricerca, consapevole della loro importanza.
Quanti di noi, oggi, si soffermano ancora a raccogliere i segnali che la natura invia? Eppure, per quanto piccoli, sono inequivocabili.
Penso alla mia dendrobium nobile, che si è mantenuta in bocciolo per tutto l’inverno (tanto che Cristiano amava scherzare sulla sua indolenza: «Ce la farà a fiorire per il prossimo inverno?») e solo a inizio gennaio ha deciso di aprire i suoi fiori. Eppure la temperatura, in casa, è all’incirca sempre la stessa…

E poi c’è quest’ansia, di tornare a camminare, di andare per boschi. Ne parliamo già da qualche giorno, con Antonio e Mara e domenica, forse, riusciremo a tornare alla Partecipanza.
«Dobbiamo muoverci. Altrimenti quest’estate in montagna… vedrete che mal di gambe!» ci diciamo, ironizzando sulle nostre fatiche future.
Ma non si tratta solo di questo. Non è semplice e mero esercizio. E’, piuttosto, questa irrequietezza sottile, che ci fa desiderare di uscire di casa – per quanto freddo faccia e il terreno possa essere poco agevole.
Tornare a camminare, a respirare l’aria dei boschi, degli spazi aperti.
Questo conta, questo ci fa sopportare gli aspetti più amari della nostra esistenza quotidiana.
Ecco perché la natura, questa necessità (bisogno!) di raccogliere i segni, collezionarli, rivisitarli nella mente traendo da essi energia, forza, conforto.
Opporre alle miserie della nostra società contemporanea la meraviglia assoluta di questo risveglio in sordina; nel mondo chiassoso di oggi, questa frenetica attività silenziosa.
E’ imperativo, necessario. Oltre che bellissimo.

Avrei voluto pubblicarla prima, questa ricetta. In tempo col solstizio invernale di cui porta il nome non sarebbe stato male: ma nei giorni precedenti al 25 la sorte si è accanita contro di noi – e così eccomi a trascriverla col consueto ritardo. In barba ai buoni propositi per il 2010…

Ingredienti per 4 persone:
- 250 g di ceci
- 1 pezzo di cipolla bianca
- 1 bella carota
- 1 sedano
- 2 o 3 patate
- 150 g di pasta (io ho utilizzato i ditaloni rigati)
- 1 cucchiaio di farina (abbondante)
- 2 o 3 cucchiai di panna vegetale (abbondanti)
- 1 spolverata di timo
- 1/2 dado vegetale
- olio e sale q.b.

Preparate un soffritto con la cipolla, la carota, il timo e il sedano tagliati a pezzettini immersi nell’olio d’oliva. Aggiungete la farina, mescolando bene affinché non si formino grumi. Versate quindi i ceci (che avrete cura di mettere a bagno la sera precedente), le patate tagliate a pezzetti e coprite tutto con un litro d’acqua. Se lo desiderate, potete aggiungere 1/2 dado vegetale per insaporire il tutto. Lasciate cuocere per 1 ora e mezza circa. Quando la cottura sarà quasi ultimata, aggiungete la panna, regolate di sale e unite infine la pasta.
Servite la zuppa ben calda, versandovi sopra un filo d’olio crudo.

Il DDL 733, riguardante le disposizioni in materia di sicurezza pubblica, è stato approvato lo scorso novembre. Esso comprende anche il temuto emendamento del senatore dell’UDC Giampiero D’Alia (l’articolo 50 bis), che recita al comma 1:

Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

Il commento di Punto Informatico (tra i pochissimi siti ad aver diffuso la notizia):

Se le parole di un cittadino della rete dovessero finire sotto indagine per essersi pronunciato riguardo a certi delitti, se il cittadino della rete dovesse essere sospettato di aver incoraggiato a commettere un reato, l’autorità giudiziaria potrebbe comunicare al Ministro dell’Interno la necessità di intervenire. [...] Le poche parole contenute nell’articolo 50-bis potrebbero aprire uno squarcio su uno scenario inquietante: l’avvocato Minotti sottolinea che i reati d’opinione sono reati che non sono inquadrati dalla legge in maniera definita, che potrebbero sovrapporsi con la manifestazione del pensiero dell’individuo, un diritto tutelato dall’articolo 21 della Costituzione. I provider, concordano i consumatori, potrebbero trovarsi ad agire come setacci della libera espressione: il filtraggio può essere ordinato qualora “sussistono concreti elementi che consentano di ritenere” che sia stato commesso un reato.

Per i blogger “disobbedienti” e “scomodi”, la pena prevista è la detenzione da 1 a 5 anni.


Inutile dire che lo scenario che si profila all’orizzonte ricorda tristemente quello dei più odiosi regimi contemporanei (Cina, Birmania…), che utilizzano l’isolamento degli individui e delle coscienze come sistema per controllare le masse e sopprimere ogni anelito di libero pensiero e di contestazione.
La legge, infatti, non riguarda soltanto l’apologia di reato (già perseguibile) riguardante le ideologie nazifasciste (per altro spesso sbandierate oscenamente nel Web senza che l’autorità competente mai si degni di intervenire), ma tutte le critiche che verranno mosse in futuro a iniqui provvedimenti del governo di Berlusconi e dei suoi scherani.

[...] questo emendamento al “pacchetto sicurezza” di fatto rende esplicito il progetto del Governo di /normalizzare/ con leggi di repressione internet e tutto il sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.
(Dal blog Selvatici)

Inutile scrivere che, di fronte a un orizzonte così cupo, è necessario compattarsi, scuotendoci di dosso quell’inerzia (fisica e intellettuale) che sembra essere prerogativa del nostro popolo.

Divulgate il più possibile questa notizia, affinché i più attenti fruitori nel Web ne vengano a conoscenza. E’ importante capire, essere informati – e non demordere.

Ne hanno parlato:
Selvatici
Punto Informatico
Beppe Grillo

Pagina di diario del settembre 2009.

Se camminare in solitudine è la soluzione migliore per sviluppare le proprie capacità di controllo del respiro, del passo e del pensiero, camminare in compagnia rappresenta un’occasione preziosa per rafforzare i legami umani (di qualunque natura essi siano) e potenziare l’arte sottile dell’empatia.
Ne abbiamo avuto una bella conferma durante l’ultima escursione al Rifugio “Vittorio Sella”, in Valle d’Aosta, 2588 metri di altitudine.
Il percorso è arduo, adatto a camminatori allenati, ma è comunque accessibile alla maggior parte degli escursionisti (a patto che abbiano calzature idonee e siano disposti a sopportare la fatica di una marcia di tre ore in continua salita): il sentiero è infatti di facile individuazione e non attrezzato con corde fisse, scalette et similia.

Siamo partiti da Valnontey insieme a Mara e Antonio, il 15 agosto scorso: non certo il periodo migliore, per questo genere di escursioni, ma era il massimo che ci consentissero i rispettivi impegni lavorativi.
Antonio è un buon camminatore e riesce sempre a tenere allegra la compagnia, impedendole così di avvertire la fatica.
Cristiano possiede lunghe e forti gambe e – dote da non sottovalutare – la curiosità contagiosa del buon esploratore, che lo spinge a entrare in contatto profondo con l’ambiente che lo circonda.
Mara, infine, ama le escursioni fra le colline del Monferrato ma, prima dello scorso Ferragosto, non aveva mai marciato su sentieri di media-alta montagna. Per questo ha faticato per trovare il proprio passo, il ritmo regolare che consente il fluire armonioso dell’energia e del pensiero.
Quando ci fermavamo per bere un po’ d’acqua o mangiare un quadratino di cioccolata, era l’ultima a raggiungere il gruppetto e le esortazioni di Antonio – ironiche eppure benevole, pronunciate in un ridanciano dialetto trinese – non facevano altro che irritarla di più.
«Non riesco a camminare» mi confessava, arrabbiandosi con se stessa e con le proprie gambe. «Sono meno forte di quel che pensassi.»
Come molti camminatori alle prime armi, Mara peccava d’impazienza, ignorando che camminare è un’arte che si apprende nel tempo.
Soprattutto, Mara si impuntava sui propri difetti, senza vedere i pregi della propria tenacia, della pazienza impiegata nella discesa che, se non le permetteva di essere in testa al gruppo (particolare irrilevante per un buon camminatore!), le consentiva tuttavia di raggiungere un piccolo traguardo ad ogni passo.
L’esperienza del camminatore cresce infatti proporzionalmente con la sua ostinazione, con la meticolosità da formica che gli permette di vivere qui e ora senza badare a ciò che si è lasciato alle spalle né a ciò che troverà all’arrivo.
La grande adattabilità di Mara, il suo spirito capace di allargarsi con entusiasmo sino a comprendere per intero la bellezza intatta della natura, sono doni rari e imprescindibili, troppo spesso trascurati da chi teorizza sulle regole del “buon camminare” o, peggio ancora, si sofferma sull’aspetto meramente sportivo del “trekking”.

Giunti al rifugio nel primo pomeriggio, abbiamo fatto una puntata al laghetto Lauson, nella speranza di vedere qualche stambecco.
Speranza che è andata tristemente delusa: se, infatti, all’epoca della mia infanzia gli stambecchi scendevano numerosi lungo i crinali di fronte al rifugio (ho le foto che lo documentano), oggi, a causa del surriscaldamento del clima, non scendono oltre una certa altitudine e, per vederne qualcuno, è necessario spingersi fin sulla Punta Rossa.
Ci siamo così dovuti accontentare di qualche camoscio, un paio di marmotte e una lunga chiacchierata sulla sponda del lago.

 


Intorno alle sei e mezza abbiamo fatto ritorno al rifugio per la cena, consumata al tavolo con una coppia di inglese, fra le battute di Antonio con il gestore e i numerosi brindisi miei e di Mara, con un bel quartino di vino rosso.
Il fascino semplice – e tuttavia potente – dei rifugi di montagna è proprio questo: la condivisione spontanea degli spazi con altri esseri umani appare come una parentesi “altra” e suggestiva, in una realtà ormai dominata dalla diffidenza e dall’individualismo. Giocare a carte in una stanza di legno insieme a persone che non conosciamo e che (forse) mai più incontreremo nella vita; cenare insieme e poi cantare, non importa se in lingue diverse; condividere gli spazi del riposo (mentre si ascolta il vento ululare fra le cime delle montagne) e della pulizia, scambiando sorrisi, parole, esperienze; tutto questo ci rende liberi e migliori, anche se per breve tempo.
La sera abbiamo dormito in compagnia di “Scary” (dopo esserci fatti grasse risate su un’improbabile indigestione di funghi con cui Antonio voleva creare allarme e scompiglio nel cuore della notte) e il mattino dopo Mara, Cristiano e Antonio, meno indolenti di me, si sono alzati per ammirare lo spettacolo dell’aurore sulle cime circostanti.


Io, che sono pigra come un gatto e che conosco i dintorni del Sella come le mie tasche, ho preferito dormire ancora, attendendo la luce.
Dopo colazione, eravamo infine pronti per un’ultima breve escursione, prima di scendere a valle. Abbiamo così imboccato il sentiero della Rossa, deviando poi verso la punta ultima del ghiacciaio.


Quindi, seppure a malincuore, abbiamo iniziato la discesa, non mancando – nemmeno in questo caso – di fare incontri interessanti: dalle coppie con figli che, in salita, ci domandavano spossati quanto mancasse al rifugio; dai coniugi francesi con setter irlandese al seguito (uno splendido ed educatissimo esemplare) che hanno proseguito col nostro stesso passo per buona parte del sentiero; sino al coloratissimo gruppetto di indiani, incontrati lungo l’ultimo tratto di strada, che, tutti vestiti di tutto punto e con scarpette di cuoio, volevano tentare l’escursione. Li ho convinti a desistere e loro hanno voluto che mi fermassi per una foto di gruppo con tutta la famiglia.

Il ritorno a casa non è stato indolore: chi ama la montagna mi potrà capire. Non è mai facile ritornare alla vita quotidiana, ai ritmi delle città e del lavoro, dimenticando la pace delle pinete, il silenzio assoluto delle alte vette, la pace degli animali che le popolano e che insieme a noi camminano, in un cosmo perfetto e selvaggio al tempo stesso.
Eppure la montagna è necessaria. Non solo per ritemprarci, secondo la banale abitudine al relax; ma anche per trovare le giuste risposte, i giusti tempi, il senso primario del nostro essere al mondo.
Amo ogni genere di montagna, l’ho sempre amata. In particolare, quando ritorno nella valle di Cogne, è come se tornassi a unirmi (in un unicum rasserenante) con la bambina che sono stata e che prima di me ha percorso quei sentieri, amato quelle pietre, accarezzato quell’erba.
Al Sella ci sono andata per la prima volta con i miei genitori. E’ stato mio padre ad insegnarmi a camminare. Ci sono ritornata a otto anni, con i mia madre, mio padre e una coppia di cari amici. Oggi una nuova spedizione, col mio compagno e i migliori amici: è come se desiderassi condurli tutti alla fonte, per essere certa di non smarrirli mai.

A trent’anni (e io oggi ne compio proprio trenta), per quanto banale sia, viene spontaneo fare un bilancio della propria vita. Pericoloso, se volete: si rischia infatti di cadere nell’autocommiserazione, nell’evidenza inconfutabile del fallimento o, peggio, di crogiolarsi nel calore effimero di realtà “altre” irraggiungibili.

E’ di questi giorni un cambio repentino – quanto indesiderato – della mia situazione lavorativa, seguito da un naturale nervosismo e da un sensibile peggioramento della qualità della mia vita – e di tutti coloro (umani e animali) che mi circondano.
Qualità e vita di cui non si preoccupano certo i datori di lavoro sporadici (che, nonostante i tuoi trent’anni e la laurea conseguita a pieni voti, per quel che può valere, ti trattano ancora come una stagista diciottenne), le agenzie di lavoro, i sindacati svagati, ma che di fatto sono le uniche cose che interessano ME. Scusate se mi permetto di scriverlo.

Perciò, dopo settimane di distrazione (e di gastrite), di rabbia (mal)repressa e di recriminazioni telefoniche, oggi, nel giorno rumoroso e balzano del mio compleanno, torno (mesta, ma non sconfitta!) alle vecchie abitudini e ai buoni propositi.

Cancellare ogni velleità attinente alla sfera lavorativa, smorzare gli entusiasmi, non lasciarsi coinvolgere in nessun progetto che vada oltre le mie 36 ore settimanali, né cedere alle lusinghe (“Ti potresti fermare questa sera, oltre il tuo orario? Poi recuperi…” Sì, in un’altra vita…) per dedicare tempo ed energia alla mia Vita (quella con la V maiuscola), alla mia Casa, ai miei Progetti (scrivere, scrivere, scrivere!), per realizzare qui e ora un cosmo saggio, ordinato e produttivo.

Con tanti auguri a chi non ha mai tempo per fermarsi, riflettere, amare, costruire.

 

Eccoci arrivati in pieno autunno, la stagione che offre meravigliosi colori della vegetazione e buonissimi frutti, tra cui le castagne. In città si vedono spesso banchetti che vendono caldarroste, il cui fumo si confonde con la nebbia delle serate di novembre. Ma perché aspettare di uscire, per poterle assaporare?
Se avete un caminetto in casa o semplicemente un piccolo braciere da usare all’aperto potrete prepararle da soli.

Procuratevi una padella per caldarroste, in vendita nei supermercati in questo periodo;
se non la trovate, potete anche fabbricarne una artigianalmente: è sufficiente prendere una padella grande ed effettuare fori su tutto il fondo. Tenete a disposizione sale da cucina fino, una pentola, una pesa da cucina, uno “spruzzino”, del vino rosso e, ovviamente, le castagne.

1) Prendete un tagliere e praticate un leggero taglio verticale su ogni castagna, fino a ruggiungere la
polpa, ottenendo una piccola apertura sulla buccia. Assicuratevi di effettuare questa operazione a
tutte le castagne perché, se non sono incise, durante la cottura possono scoppiare.

2) Riempite una pentola con acqua calda, aggiungete quattro cucchiai di sale fino e mescolate fino a
quando il sale non si sarà sciolto completamente; in seguito versate tutte le castagne nella pentola e mescolate.

3) Lasciate riposare per due ore circa mescolando ogni tanto.

4) Al termine, togliete le castagne dalla pentola.

5) Accendete un fuoco a fiamma moderata, alimentato esclusivamente a legna, prendete la pentola
forata, mettete una quantità di castagne adeguata e disponetela sulla fiamma avendo cura di
muovere sovente in modo che il fuoco non bruci le castagne; tenete presente che più muoverete
la pentola più cuoceranno uniformemente.

6) Versate il vino rosso nello spruzzatore e durante la cottura, di tanto in tanto, spruzzate sulle
castagne fino a bagnarle completamente. Non abbiate paura ad esagerare, in quanto questa
operazione darà alle caldarroste un aroma particolare.

7) Controllate periodicamente e, quando vedrete la pelle abbrustolita e croccante, potrete toglierle dal fuoco; versatele in ciotola di ceramica e… buon appetito!

CONSIGLI

Prendetevi tempo per la cottura, è la fase più importante. Alcuni realizzano la cottura su fornello a gas, ma il risultato è decisamente differente, in quanto è proprio la combustione della legna a determinare il sapore.
Anche se le castagne non sono perfettamente abbrustolite, non continuate a cuocerle, perché
finireste per bruciarle e diventerebbero carbonizzate, dure come pietre oltre che amare…immangiabili, per esperienza!

Esiste, secondo le tradizioni, una variante in merito al vino, (punto 6) che prevede l’aggiunta del vino nella pentola (punto 2), miscelando mezzo litro di vino rosso per ogni litro d’acqua.
I risultati sono simili ma, variando le dosi, si può ottenere anche un gusto più o meno deciso…
lascio giudicare a voi!

Ho visto in alcuni banchetti avvolgere in uno straccio bagnato le castagne appena tolte dal fuoco al fine di rendere più facile la rimozione della buccia.

Buon divertimento e buon appetito!

Camminare è un’attività poietica – lo scrivo senza esitazione.
Cristiano e io amiamo molto andare a zonzo per le colline e in montagna, specie nelle stagioni intermedie, quando la natura è più bella.

Veduta del Gran Paradiso, Valle d’Aosta. Foto di Cristiano.

Ma camminare non è solo un passatempo.
Camminare significa entrare in contatto con la terra attraverso i piedi, i sensi e la gestione dei ritmi e dell’equilibrio psicofisici. Significa mettere le radici nel pieno del movimento, riscoprendo il mondo e il tempo.
Per “camminare”, nel vero senso della parola, non è sufficiente fare un passo dopo l’altro né sarà di alcuna utilità (soprattutto in montagna e sui passaggi più accidentati) accelerare l’andatura, allo scopo di apparire più resistenti e temprati.
E’ invece indispensabile concentrare i nostri pensieri sul flusso di energia proveniente dal suolo e dalla natura e sul ritmo (dell’incedere e del respirare) a noi più adatto. Scopriremo così che esistono camminatori lenti e camminatori “briosi”. Alcuni respireranno senza sforzo, altri canteranno sottovoce durante la marcia, altri ancora preferiranno restare in silenzio, attenti alle variazioni del terreno.

Purtroppo, al giorno d’oggi, stiamo disimparando a camminare. Facciamo trekking (vestiti di tutto punto con abiti firmati, costosissimi e per questo poco adatti agli imprevisti del percorso) oppure andiamo in automobile (arnesi che il filosofo Emil Cioran non esita a definire “ferraglia ansimante”); ma non camminiamo.
In città, l’utilizzo delle automobili (anche su tragitti irrisori, che potrebbero essere percorsi a piedi o in bicicletta) non solo ha avuto conseguenze devastanti sull’ambiente, ma ha peggiorato la qualità della vita: il traffico, gli ingorghi, lo smog, la velocità dei veicoli hanno reso gli esseri umani alienati e aggressivi. Come tutti gli animali in gabbia, ci rivoltiamo digrignando i denti contro i nostri compagni di prigionia.

Diverso dall’uso smodato degli autoveicoli, ma allo stesso modo dannoso è il “camminare fine a se stesso”, definito sport e divenuto ormai una moda.
Camminare, infatti, non è una semplice attività fisica e  (non solo) una scelta responsabile atta a rispettare l’ambiente. Camminare in maniera consapevole (e utile alla ri-generazione) vuol dire rapportarsi con attenzione e saggezza a se stessi e all’ambiente circostante. Camminando in generale (e in montagna in modo particolare, onde evitare spiacevoli incidenti) occorre apprendere alcune regole basilari che, col tempo, diventeranno un patrimonio prezioso di saperi acquisiti.
Per fare degli esempi pratici: non si può andare a camminare in montagna (o in collina) e ignorare i nomi dei fiori, delle piante che incrociamo lungo il sentiero e della fauna locale. Così come non si può camminare e non sentire le energie che scorrono dal terreno – attraverso i piedi – in tutto il nostro corpo, capaci di ritemprare il fisico e la mente.

Se riuscirò a tenere fede alle mie intenzioni, desidero pubblicare su queste pagine i miei (i nostri!) appunti di viaggio, oltre che numerose informazioni utili su quello che associazioni meritevoli come “La Boscaglia” hanno intelligentemente battezzato il “camminare lento”.

Imparare a gestire il tempo

Tutti pensano di cambiare il mondo, nessuno di cambiare se stesso.
Lev Tolstoj

Imparare a gestire il tempo non è facile, stretti come siamo nella morsa del “dover essere” e “dover fare”. I ritmi di lavoro sono sempre più pressanti e anche chi non vorrebbe correre, si ritrova spesso coinvolto nella corrente frenetica del “tutto e subito”. Né aiutano le condizioni precarie dei posti d’impiego: il timore di ritrovarsi di punto in bianco senza stipendio spinge la maggior parte delle persone – anziché a ridurre i consumi e ad opporsi strenuamente a uno stile di vita aberrante – ad aumentare i ritmi e le ore lavorativi.
Le conseguenze di questo movimento vorticoso sono molteplici: dall’aumento dello stress al deterioramento dei legami famigliari e sociali; dal peggioramento delle condizioni di salute al paradossale aumento del consumismo più sfrenato.
Per questo è giunto il momento di opporsi con forza e determinazione a questa spirale nociva e il primo passo da compiere in questa direzione consiste nell’imparare a gestire il proprio tempo.
A tale proposito esistono molte pubblicazioni interessanti, che vale la pensa consultare: in questa sezione del blog cercherò di segnalarne alcune.

La prima, con cui ho deciso di inaugurare la nuova sezione del blog, è l’articolo di Kathy McMahon, dell’Energy Bulletin, 26 cose che potete fare per gestire subito la vostra ansia, pubblicato in italiano sul sito Decrescita.it.
Parlando dell’ “energia emotiva” che si produce in noi ogni volta che leggiamo le notizie allarmanti riguardanti la crisi globale, il lavoro, la politica, la McMahon propone alcune ricette concrete per arginare non solo la crisi finanziaria cui stiamo andando incontro, ma per migliorare in toto le condizioni di vita del singolo individuo e del contesto sociale in cui è inserito.

Potete trovare i 26 consigli della McMahon a questo indirizzo.
Personalmente ho trovato interessanti soprattutto quelli riguardanti la “Grande Contrazione della Spesa”, come la definisce l’autrice. Sovente, infatti, mi perdo tra i meandri della teoria e fatico ad applicare nella vita quotidiana i concetti basilari della decrescita: un difetto, questo, di cui mi accorgo molto bene a fine mese.

La McMahon consiglia di produrre una tabella simile a questa

e di inserirvi settimanalmente le spese effettuate, tentando, nel tempo, di contrarre quanto più possibile quelle della terza e ultima colonna.
In tal modo non solo si sferrerà un colpo decisivo a quel consumismo di cui – ammettiamolo – molti di noi sono o stati vittime; ma si guadagnerà in termini di conoscenza e di benessere.
Conoscenza perché la contrazione delle spese sulle spese superflue ci spingerà a documentarci su percorsi alternativi, allargando il bagaglio del nostro “saper fare” (di questi tempi di frequente sostituito dall’ingannevole “saper essere”).
Benessere perché il tempo impiegato in inutili acquisti potrà essere meglio impiegato in progetti personali e nella cura dei rapporti con amici e famigliari.
La McMahon insiste molto su questo punto, specificando come la contrazione in campo economico non debba essere fine a se stessa, bensì debba avere lo scopo di rallentare la velocità delle nostre vite, migliorandone la qualità.

L’autrice consiglia inoltre di “fare elenchi e segnare i risultati”, allo scopo di mantenere il controllo sui progetti personali che ci stanno a cuore e che devono essere coltivati ogni giorno.
Seguendo il suo consiglio, ho preparato questo memorandum

dove segnare il tempo dedicato quotidianamente a ciascuno dei miei progetti e hobby.
Sembrerà banale, oppure utopistico, ma troppo spesso lasciamo che il tempo scorra senza dare a noi stessi la possibilità di viverlo.

Arance cannellate

Questa sera avevo voglia di aggiornare il blog.
Ma, siccome sono troppo stanca per scrivere un post “impegnato” (e sì che ne avrei da dire, con tutto quello che è successo nelle ultime settimane…), mi limito a suggerire una ricetta vegana, sperimentata lo scorso inverno.
Non ancora abbandonato l’idea del libro di cucina vegana/vegetariana – e si vede.

Ingredienti
4 arance piuttosto grandi
60 grammi di zucchero di canna
cannella in polvere
2 o 3 cucchiai di cognac o rum (a piacere)

Preparazione

Sbucciare la arance e tagliare a fettine.
In una padella versare un bicchiere d’acqua con lo zucchero.
Quando il composto bolle, adagiarvi le fettine d’arancia e cospargerle di cannella.
Farle cuocere, girandole con delicatezza, per circa cinque minuti.
Trasferirle su un piatto di portata e ricoprirle con il liquido di cottura e, se piace, con il liquore.
Servire calde o fredde… e buon appetito!

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